Little Italy e ciò che gli italiani hanno costruito in America

Tedeschi e scandinavi, prima di loro, avevano visto New York come una stazione di passaggio: si sbarcava e si ripartiva verso l'interno. Gli italiani della grande emigrazione fecero un'altra scelta. Secondo la Library of Congress, un terzo di loro non andò mai oltre New York. Si sparsero a Brooklyn, nel Bronx, nelle città del New Jersey. Ma la concentrazione più forte era a Manhattan, nelle strade di Lower Manhattan e soprattutto in alcuni tratti di Mulberry Street, dove venditori ambulanti, bottegai e residenti parlavano tutti la stessa lingua, o almeno un dialetto di quella lingua.

È nata così Little Italy. Non un quartiere progettato, ma un mosaico di paesi trapiantati. Questo articolo racconta come vivevano, dove lavoravano e che cosa hanno lasciato all'America.

Una città di paesi

I paesi del Sud Italia, divisi da secoli di frammentazione politica, erano spesso isolati e chiusi. Gli emigrati portarono con sé quella chiusura. In alcuni casi, racconta la Library of Congress, gli abitanti di un unico paese finivano a vivere nello stesso isolato di New York, perfino nello stesso caseggiato, e conservavano le istituzioni sociali, le abitudini religiose, i rancori e le gerarchie del paese d'origine. In Italia questo spirito ha un nome: campanilismo, la fedeltà verso chi vive al suono delle stesse campane.

A tenere unito il paese ricostruito erano i grandi momenti della vita: matrimoni, battesimi, funerali, feste. La più vistosa, quella che colpiva gli altri newyorkesi, era la festa del santo patrono. Centinaia o migliaia di persone seguivano la statua del santo in processione per le strade del quartiere.

Se sei cresciuto in un paese italiano, questa scena la conosci. Ed è forse il modo più semplice per capire Little Italy: non era l'Italia in America, era il proprio paese ricostruito a Manhattan.

Case strette e lavoro duro

Non c'è niente di romantico nelle condizioni di partenza. A inizio Novecento più di metà della popolazione di New York, e la maggior parte degli immigrati, viveva nei tenement: palazzine strette e basse, sovraffollate dai proprietari, buie, poco ventilate, quasi sempre senza servizi igienici interni. Colera, tifo e tubercolosi vi trovavano terreno facile. Il giornalista Jacob Riis, a sua volta immigrato danese, dedicò una campagna pubblica a denunciare quelle abitazioni.

Per gli italiani fu uno shock enorme. Nei paesi di origine molte famiglie dormivano in case piccole e affollate, ma passavano quasi tutta la giornata all'aperto: si lavorava, si mangiava, si stava insieme fuori. A New York si ritrovarono chiuse in una stanza che serviva per mangiare, dormire e spesso anche lavorare. Molte famiglie facevano lavoro a cottimo in casa, cucendo abiti o assemblando piccoli pezzi a mano.

Chi ha scavato la metropolitana

Molti immigrati del Sud avevano fatto solo i contadini e trovavano lavoro soprattutto nei mestieri non qualificati e più pericolosi. Gli italiani scavarono canali, posarono pavimentazioni e tubature del gas, costruirono ponti e scavarono le gallerie della metropolitana di New York. Nel 1890 quasi il 90 per cento degli operai del Department of Public Works di New York era costituito da immigrati italiani.

Non tutto il lavoro era cupo e pericoloso. Gli italiani facevano i calzolai, i muratori, i baristi, i barbieri. Per un periodo, annota la Library of Congress, ad alcuni osservatori sembrava che ogni carretto di frutta della città fosse gestito da un italiano. Ma per molti, soprattutto donne e bambini, l'unico lavoro disponibile era nelle sweatshop, le fabbriche buie e insicure sorte in tutta la città. Quando nel 1911 scoppiò l'incendio della Triangle Shirtwaist Factory, morirono 146 lavoratori. Quasi metà delle vittime erano giovani donne italiane.

Oltre New York: l'Italia in tutto il Paese

Con il nuovo secolo le comunità italiane fiorirono ovunque, e ognuna trovò il suo mestiere. A San Francisco, dove esisteva un'enclave italiana di lunga data, i nuovi arrivati lavoravano nel porto come pescatori e scaricatori. Negli Appalachi e nelle montagne dell'Ovest scendevano nelle miniere di carbone e di minerali. Gli scalpellini che avevano imparato il mestiere sulle rocce del Sud lavoravano nelle cave del New England e dell'Indiana. E gli italiani lavoravano la terra in ogni angolo del Paese, dai mirtilli rossi del Nord-Est alle fragole della Louisiana ai fagioli della California.

A Barre, nel Vermont, uno scalpellino raccontò la sua storia a un intervistatore della WPA nel 1940. Veniva da un paese della zona di Como, un buon centro del granito, e nella sola Barre c'erano un paio di dozzine di persone del suo stesso paese. È lo stesso schema di Mulberry Street: il paese che si ricompone dall'altra parte dell'oceano.

Gli imprenditori

Alcuni colsero al volo le opportunità. Immigrati italiani nello stato di New York fondarono nel 1918 l'azienda alimentare Contadina. Il genovese Andrea Sbarbaro contribuì a far nascere l'industria del vino in California.

E poi c'è la storia più americana di tutte. Nella San Francisco di inizio Novecento, un italoamericano di nome A.P. Giannini cominciò a concedere piccoli prestiti ai suoi connazionali, andando porta a porta a riscuotere gli interessi. L'attività crebbe al punto che dovette affittare un ufficio nel quartiere di North Beach, poi comprare un intero edificio. La sua Banca d'Italia è diventata una delle più grandi istituzioni finanziarie del mondo: la Bank of America.

Lavoro, sindacati, dignità

Molti però faticavano per paghe misere. A inizio Novecento gli immigrati del Sud Italia erano tra i lavoratori peggio pagati degli Stati Uniti, e il lavoro minorile era diffuso. Migliaia finirono nella rete dei padroni, gli intermediari che reclutavano manodopera italiana per i grandi datori di lavoro e poi la sorvegliavano in cantiere, controllando paghe, contratti e cibo. Il sistema, nonostante le sue ingiustizie, fu sradicato solo a metà del Novecento.

Gli italiani reagirono organizzandosi. Diversi grandi sindacati per anni non accettarono lavoratori stranieri, così molti immigrati fondarono i propri, come l'Italian Workers union di Houston. Gli italiani furono protagonisti di molte delle grandi lotte del lavoro del primo Novecento: guidarono scioperi nelle fabbriche di sigari di Tampa, nelle cave di granito del Vermont, nelle filande del New England.

Un secolo sotto i riflettori

Negli anni Venti e Trenta la generazione degli immigrati vide crescere figli americani. La scuola pubblica dava loro una nuova lingua, nuovi simboli patriottici, la cultura popolare del cortile e a volte perfino un nome anglicizzato. Era un passaggio vissuto con sentimenti contrastanti: i genitori, almeno in parte, sarebbero sempre appartenuti al paese d'origine.

Ma la strada era tracciata. I sindacati aprirono le porte, gli italoamericani passarono a professioni sempre più varie, diventarono imprenditori e dirigenti. Nelle librerie comparvero i libri di autori italoamericani, e il tenore napoletano Enrico Caruso vendeva dischi a italiani e non italiani.

La Seconda guerra mondiale

Con la Seconda guerra mondiale gli italoamericani entrarono stabilmente al centro della vita americana. Quasi un milione prestò servizio nelle forze armate, circa il 5 per cento della popolazione italoamericana, e altri milioni lavorarono nelle industrie belliche. Secondo un racconto riportato dalla Library of Congress, fu un'operaia aeronautica italoamericana, Rose Bonavita, a ispirare una delle icone del Novecento: Rosie the Riveter.

A New York la cultura italoamericana diventò una parte essenziale della personalità della città. Per molti americani il sindaco Fiorello La Guardia fu un ambasciatore energico e colto, della sua città e delle sue origini.

I nomi che conosci

Dal dopoguerra, con l'esplosione dei mass media, gli italoamericani erano ovunque. La Library of Congress ne elenca alcuni:

  • Enrico Fermi proseguì negli Stati Uniti il lavoro sull'atomo che gli era valso il Nobel, diventando probabilmente il più grande fisico vivente.
  • Joe DiMaggio, figlio di un pescatore di San Francisco, guidò i New York Yankees a nove vittorie nelle World Series.
  • Rocky Marciano rivoluzionò la boxe.
  • Frank Sinatra, di Hoboken, nel New Jersey, fu per un periodo l'artista più popolare degli Stati Uniti, mentre Perry Como e Dean Martin dominavano la radio.
  • Diane Di Prima fu tra le voci pionieristiche della poesia e della prosa della Beat Generation.

E prima di tutti loro c'era già un italiano nel cuore del governo americano: Costantino Brumidi, che dalla metà degli anni Cinquanta dell'Ottocento affrescò per decenni il Campidoglio di Washington, compresa la grande cupola.

Dove vivono gli italoamericani

I numeri dell'American Community Survey 2024 mostrano che la geografia della grande emigrazione è rimasta riconoscibile. New York guida con 2.106.103 persone di origine italiana, seguita da Pennsylvania (1.376.721), California (1.313.989), Florida (1.304.518) e New Jersey (1.275.909). Poi vengono Massachusetts (768.622), Ohio (686.905), Illinois (675.087), Texas (585.081) e Connecticut (538.319).

In tutto il Paese sono 16.271.362: quasi il doppio di chi dichiara un'origine polacca (8.342.225), e meno soltanto di chi si dice tedesco, irlandese, inglese o semplicemente "americano".

Se arrivi negli Stati Uniti con un passaporto italiano, entri in questa storia. A Mulberry Street, a North Beach, a Barre o a Tampa cammini dove gli italiani hanno lasciato il segno. E se ti interessa il Sud, c'è un capitolo che sorprende quasi tutti: quello degli italiani in Texas. Per sapere come è cominciato tutto, leggi Ellis Island e la grande emigrazione italiana, oppure torna alla pagina Gli italoamericani.

Sebastian Sauerborn
Sebastian Sauerborn
Fondatore di Mount Bonnell Advisors, Austin, Texas
10 minuti di lettura · Aggiornato: ottobre 2026