Ellis Island e la grande emigrazione italiana
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Immagina la scena. La nave entra nella baia di New York, passa davanti alla Statua della Libertà e si avvicina a una piccola isola. Per la maggior parte di chi scendeva era l'"Isola della Speranza", il primo passo verso una vita nuova. Per qualcuno diventava l'"Isola delle Lacrime". Dal 1892 al 1924, Ellis Island è stata la più grande e la più attiva stazione d'immigrazione degli Stati Uniti: secondo il National Park Service ci sono passati oltre 12 milioni di immigrati. Milioni di loro erano italiani.
Prima della grande ondata: artigiani, musicisti, pittori
Gli italiani non sono arrivati in America all'improvviso. Durante il periodo coloniale e nei primi decenni della repubblica, racconta la Library of Congress, la presenza italiana era piccola ma ben radicata. Gli artigiani della penisola erano famosi in tutto il mondo e molti attraversarono l'oceano per lavorare come scultori, intagliatori e vetrai nelle nuove istituzioni del Paese.
Thomas Jefferson aveva una vera passione per la cultura italiana. Reclutò scalpellini italiani per la sua casa di Monticello, fece venire dall'Italia i musicisti che formarono il nucleo della Marine Band e progettò perfino una macchina a mano per fare la pasta, i cui disegni sono conservati nelle collezioni della Library of Congress.
Fino a metà Ottocento l'emigrazione rimase un rivolo. Chi partiva dalla penisola sceglieva più spesso l'Argentina e il Brasile. Tra il 1820 e il 1870 arrivarono negli Stati Uniti meno di 25.000 italiani, soprattutto dal Nord. Si stabilirono un po' ovunque: nei paesi agricoli del New Jersey, tra i vigneti della California, nei porti di San Francisco e di New Orleans.
Alcuni di loro hanno lasciato un segno enorme. Il poeta Lorenzo da Ponte costruì il primo teatro d'opera degli Stati Uniti, insegnò italiano alla Columbia University e portò quasi da solo l'opera italiana in America. Dalla metà degli anni Cinquanta dell'Ottocento il pittore Costantino Brumidi dedicò decenni agli affreschi del Campidoglio, comprese le immagini spettacolari della grande cupola.
La grande partenza: quattro milioni in quarant'anni
Poi tutto cambiò. Negli anni Ottanta dell'Ottocento arrivarono 300.000 italiani, negli anni Novanta 600.000, nel decennio successivo più di due milioni. Nel 1920, quando il flusso cominciò a calare, erano arrivati negli Stati Uniti più di quattro milioni di italiani, oltre il 10 per cento di tutta la popolazione nata all'estero.
Perché partivano? Ogni famiglia aveva la sua ragione, ma il quadro generale lo descrive bene la Library of Congress. A fine Ottocento la penisola era finalmente sotto un'unica bandiera, ma la terra e la gente erano tutt'altro che unite. Nel Sud, povero e soprattutto rurale, e in Sicilia, i contadini avevano poche speranze di migliorare la propria condizione. Malattie e calamità colpivano il giovane Stato, che non aveva i mezzi per aiutare. Intanto la traversata atlantica diventava più economica, e dall'altra parte dell'oceano arrivavano notizie di prosperità, portate da chi tornava e dagli agenti che reclutavano manodopera. Resistere al richiamo de "L'America" diventava sempre più difficile.
Questa nuova generazione era diversa da quella precedente. Non erano più soprattutto artigiani e bottegai del Nord in cerca di un nuovo mercato, ma contadini e braccianti che cercavano un lavoro sicuro, qualsiasi lavoro. Molti erano uomini soli, e molti venivano per restare poco.
I ritornati e le rimesse
Tra il 30 e il 50 per cento di questa generazione tornava in Italia entro cinque anni. A casa li chiamavano "ritornati". Chi restava manteneva stretti i legami con la famiglia e lavorava sodo per mandare soldi al paese. Nel 1896 una commissione governativa sull'emigrazione italiana stimò che gli emigrati mandassero o portassero a casa tra 4 e 30 milioni di dollari all'anno, e annotò che l'aumento della ricchezza di alcune zone d'Italia si poteva far risalire direttamente al denaro guadagnato negli Stati Uniti.
È un dettaglio che dice molto. L'America non era solo una fuga: per chi restava in Italia era anche un investimento, e la commissione del 1896 lo mise nero su bianco.
Ellis Island: l'isola della speranza
La storia della stazione d'immigrazione comincia con un decreto del Congresso. Nel 1890 il Congresso ordinò di rimuovere dall'isola il deposito di polvere da sparo della Marina e stanziò 75.000 dollari per adattarla all'immigrazione. Nel 1892 la U.S. Immigration Station di Ellis Island aprì ufficialmente. La prima persona registrata fu Annie Moore, irlandese. Entro la fine di quell'anno fiscale erano già passati più di 400.000 immigrati.
Gli edifici originali erano di legno e un incendio li distrusse nel giugno 1897. Il 17 dicembre 1900 aprì il nuovo edificio principale, "a prova di fuoco": quel giorno furono esaminati 2.251 immigrati. Nel 1907 si toccò il record, con 1,2 milioni di persone esaminate in un solo anno.
Da tre a sette ore per entrare in America
In media, spiega il National Park Service, l'ispezione durava dalle tre alle sette ore. Per la grande maggioranza finiva bene, ed era l'inizio di una vita nuova. Per gli altri Ellis Island diventava il luogo in cui le famiglie venivano separate e alcune persone respinte.
Chi passava l'esame non sempre si allontanava molto. Un terzo degli italiani di questa generazione, secondo la Library of Congress, non andò mai oltre New York. Ma di questo parliamo nell'articolo su Little Italy e il contributo italiano all'America.
Gli anni difficili
Non è stata una storia facile, e non va raccontata come tale. Mentre l'immigrazione dall'Europa e dall'Asia toccava il suo picco, a fine Ottocento, cresceva anche l'ostilità. Il Paese era in recessione e gli immigrati venivano accusati di rubare il lavoro. Circolavano teorie pseudoscientifiche secondo cui i "tipi mediterranei" sarebbero stati inferiori ai popoli del Nord Europa, e vignette e canzoni dipingevano i nuovi arrivati come bambini, criminali o peggio.
Dalla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento nacquero società anti-immigrati in tutto il Paese, chiese e opere di carità cattoliche furono vandalizzate e incendiate. Negli anni Novanta più di 20 italiani furono linciati. L'episodio più sanguinoso avvenne a New Orleans nel 1891: dopo l'omicidio del capo della polizia furono arrestati più di 100 siciliani, 19 andarono a processo e furono assolti per mancanza di prove. Prima che potessero uscire, una folla di 10.000 persone assaltò il carcere e linciò 11 siciliani.
Gli italiani risposero con quello che sapevano fare meglio: lavorare, organizzarsi, restare uniti. Siccome diversi grandi sindacati per anni non accettarono lavoratori stranieri, molti immigrati ne fondarono di propri, e i giornali in lingua italiana come Il Progresso Italo-Americano raccontavano la vita della comunità. Nei decenni successivi, scrive la Library of Congress, gli italoamericani entrarono in una gamma sempre più ampia di professioni e divennero sempre più spesso imprenditori e dirigenti.
La fine della grande ondata
Il clima anti-immigrati continuò fino agli anni Venti, quando il Congresso introdusse limiti severi. Il primo sistema di quote arrivò nel 1921: secondo l'Office of the Historian del Dipartimento di Stato, fissava per ogni nazionalità un tetto pari al 3 per cento dei nati all'estero di quella nazionalità censiti nel 1910, per un totale di circa 350.000 visti all'anno.
Il 1924 chiuse il cerchio. Il National Origins Act abbassò la quota dal 3 al 2 per cento e spostò l'anno di riferimento dal 1910 al 1890, quando gli italiani arrivati erano ancora pochi rispetto ai milioni del decennio 1900. Da quel momento gli immigrati dovevano ottenere il visto nei consolati americani prima di imbarcarsi, e l'immigrazione negli Stati Uniti calò drasticamente. Per la Library of Congress, con quella legge finì la grande era dell'emigrazione italiana.
L'isola dopo gli immigrati
Ellis Island continuò a funzionare per altri trent'anni, ma con un ruolo diverso, soprattutto come luogo di detenzione e di udienze; dal 1939 ospitò anche una scuola della Guardia costiera. Il 12 novembre 1954 l'Immigration and Naturalization Service trasferì gli ultimi detenuti; il 29 novembre il traghetto "Ellis Island" fece l'ultima corsa e l'isola rimase vuota.
L'oblio durò poco. L'11 maggio 1965 il presidente Lyndon Johnson inserì Ellis Island nello Statue of Liberty National Monument, affidandola al National Park Service. Tra il 1986 e il 1990 il restauro costò 156 milioni di dollari, e il 10 settembre 1990 l'isola riaprì al pubblico.
Che cosa resta di quel viaggio
Il National Park Service ricorda che milioni di americani, e di persone in tutto il mondo, hanno antenati passati da Ellis Island, e descrive l'isola come un memoriale per tutti quelli che hanno inseguito il sogno americano e hanno fatto di questa nazione la loro patria d'adozione.
Nell'American Community Survey 2024, 16.271.362 persone negli Stati Uniti hanno dichiarato un'origine italiana: la quinta ascendenza del Paese per numero. Molte di loro discendono da quei quattro milioni arrivati tra il 1880 e il 1920.
Se pensi di trasferirti negli Stati Uniti, il tuo viaggio sarà molto diverso: niente ispezione di sette ore, niente quota del 1890. Ma la domanda di fondo è la stessa che si facevano i tuoi bisnonni: che cosa posso costruire laggiù? Loro una risposta l'hanno trovata. E non solo a New York: anche nei campi di cotone del Texas, come racconta l'articolo sugli italiani in Texas. Il quadro completo è nella pagina principale Gli italoamericani.