La quercia sotto cui un giorno volevo riposare
I miei anni in un ranch in Texas
Cicale
Tre chilometri di sterrato e, in fondo, un cancello.
L'agente immobiliare non era ancora arrivata. Spensi il motore e nel silenzio si fece strada quel frinire delle cicale, simile a una sega, che dopo la prima estate texana non ti esce più dalle orecchie. I bambini avevano spalancato le portiere prima ancora che il pickup si fermasse e correvano giù per il pendio verso lo stagno. Stagno è riduttivo: quasi un ettaro d'acqua, a forma di pesce grasso con la bocca spalancata. In Texas lo chiamano stock tank, abbeveratoio, e non gli rende giustizia. Ci si può nuotare. I nostri figli lo fecero poi per tutta l'estate, e a un certo punto ebbero perfino una piccola barca.
Io e mia moglie restammo accanto al pickup, senza dire una parola per minuti interi.
Era l'ora prima del tramonto, piena estate, cinquanta chilometri a sud-est di Austin. Sui pascoli c'era quella luce per cui il tedesco non ha una parola e l'inglese solo una consumata. Non si posa sulle cose, sta dentro di loro. L'erba brilla da dentro, la corteccia delle querce diventa color rame, e la polvere sollevata dai bambini resta sospesa nell'aria e riluce.
Quella sera capii per la prima volta che la luce può essere una ragione per restare in un posto.
Da allora per me è sacra.
La proprietà era rimasta vuota per sei mesi e sembrava addormentata. Nessuno in vista. Niente di ciò che di solito fa una fattoria: niente bestiame, niente motori, niente voci. Solo quella vastità che si apriva davanti a noi, quieta e solenne, e nella mia testa già l'immagine di come sarebbe stata una volta riportata in vita.
Per settimane avevamo girato il Texas centrale. Una volta avevamo persino firmato, poi l'acquisto era saltato all'ultimo minuto. Così va la vita. Cerchi e cerchi un posto, e a un certo punto smetti di cercare, perché è un posto ad aver trovato te.
Davanti a questo non avevo difese. Nemmeno l'ombra. L'agente del venditore avrebbe avuto vita facile con me, e lo seppi nel momento stesso in cui scesi dall'auto.
Mia moglie si voltò e sorrise, e non ci servì nessuna parola.
Più in là c'era la casa principale, una ranch house texana in legno sotto un tetto di lamiera rossa, con una veranda coperta davanti e dietro, e su quella posteriore un dondolo. Intorno un fienile rosso, una piccola casetta per i braccianti, un edificio di servizio, una casetta della pompa. Il terreno scendeva appena percettibile e in fondo c'era lo stagno.
Metà della terra era pascolo aperto, con vecchie querce dalle chiome ampie sotto cui il bestiame trova ombra. Da mesi nessuno falciava. L'erba era alta e ondeggiava nel vento della sera a lunghe onde, un mare dorato, e da allora capisco perché in ogni sondaggio sul paesaggio più bello alla fine vince sempre il pascolo e mai la vetta.
L'altra metà era bosco, fitto e selvaggio, latifoglie e in mezzo quei maledetti mesquite che ogni rancher texano odia e nessuno riesce a eliminare.
Per i bambini non era un terreno, era una promessa. Un bosco pieno di serpenti e cinghiali, un lago per nuotare e pescare, e nessuno a dire dove finisce il confine.
Il tutto era in uno stato che l'agente avrebbe poi riassunto con la frase più bella del settore immobiliare: tanto potenziale.
Era il pezzo di terra più bello che avessi mai visto. E lo è ancora oggi.
Lo prendemmo.
Come un tedesco finisce nella contea di Bastrop
Il resto erano scartoffie, e in America si sbrigano in fretta, sorprendentemente.
L'acquisto fu sorprendentemente semplice e sorprendentemente economico. Il mercato immobiliare americano barcollava ancora per la crisi finanziaria, e i terreni agricoli all'epoca quasi non si vendevano. Un anno prima avevamo venduto la nostra casa a Londra e potemmo versare un buon anticipo; il resto con un mutuo. Una settimana dopo eravamo rancher texani.
Chiamammo il posto Vaquera Ranch, dalla parola spagnola per cowgirl, perché mia moglie era proprio questo.
Estate 2011, contea di Bastrop, quarantacinque minuti d'auto da Austin. Da lì comincio a contare.
Se vuoi sapere come una famiglia tedesca arriva davanti a un cancello così, bisogna tornare indietro di tre anni, e poi ancora un po', fino a una cameretta di bambino.
Mi sono trasferito negli Stati Uniti nel settembre 2008, da Londra. Il motivo era professionale. Due anni prima avevo avviato a Londra uno studio di consulenza che andava bene, e volevo aprire il primo ufficio fuori dall'Europa. Ma, a essere onesti, dietro ogni motivo professionale ce n'è sempre un secondo. Per me l'America non è mai stata un mercato. Era un sogno d'infanzia con codice fiscale.
Nel 2011 ne avevo abbastanza di Miami. Una città splendida, davvero, ma lì tutto è di passaggio. La gente arriva, la gente se ne va, e dopo qualche anno ti accorgi che niente mette radici: né le amicizie, né i quartieri, né tu.
L'estate precedente l'avevamo passata nei dintorni di Austin, e tutta la famiglia se n'era innamorata. Non del boom che oggi conoscono tutti. Allora Austin non era in pieno boom, e a dirla tutta non ci sarebbe nemmeno interessato. Ci piaceva la campagna intorno, i suoi prezzi, la gentilezza della gente e quell'incrollabile stravaganza texana.
Volevamo una vita tutta d'un pezzo. Non la casa qui, il lavoro là e i figli da qualche parte in mezzo, ma un progetto a cui partecipano tutti e in cui ognuno porta ciò che può portare. Non cercavamo una casa. Cercavamo un posto dove una famiglia resta per generazioni.
Mia moglie ardeva per quest'idea. I cavalli erano la sua vita, fin da bambina. A Miami abitavamo in una proprietà equestre e avevamo tre cavalli, ma mancava lo spazio per tutto ciò che aveva in mente. In Texas poteva finalmente costruire qualcosa di suo, con giovani Quarter Horse, con l'addestramento, con un nome in un ambiente che lì esiste davvero.
E io? Karl May e Bonanza. Si può sorriderne, anzi si dovrebbe, ma resta vero. In ogni uomo tedesco della mia generazione c'è uno strato che ha dodici anni e vuole un cavallo.
Sul lavoro non c'erano ostacoli. Mio fratello guidava Londra, e l'ufficio di Miami l'avevo costruito fin dall'inizio in modo che non servisse la mia presenza quotidiana. Bastavano e-mail e Skype, e un volo ogni qualche settimana. Mi trasferivo in Texas, non su Marte.
Restavano i figli. Sette, tra i tre e i quindici anni.
Erano entusiasti. I bambini che possono crescere all'aria aperta non hanno bisogno di essere convinti.
La scuola non era comunque un problema, perché facevamo homeschooling. Non era un ripiego, ma una convinzione. Non volevamo che lo Stato partecipasse all'educazione dei nostri figli. Quella che in tutta l'Europa occidentale si chiama scuola poggia in fondo su idee vittoriane e ha un solo scopo onesto: produrre api operaie affidabili, che hanno imparato che le domande arrivano dall'alto e le risposte vanno verso l'alto.
Per famiglie come la nostra il Texas è la terra promessa. Le libertà sono ampie, la comunità degli homeschooler è forte, e chi arriva trova più contatti in due settimane che in Europa in due anni. Come funziona oggi, sul piano legale e pratico, lo abbiamo raccontato nella sezione Vivere negli USA, insieme alle questioni quotidiane su cui i trasferimenti davvero naufragano: scuole, assicurazioni, patente, conto bancario, costo della vita.
Così disdicemmo l'appartamento a Miami, mettemmo le nostre cose in deposito e partimmo. Mia moglie al volante del Dodge Ram con il van per i cavalli, io davanti nel fuoristrada con sette bambini. Quattro giorni dopo eravamo a San Antonio.
Diciotto ettari
Nel contratto c'era scritto quarantacinque acri. Un numero che a un europeo non dice nulla, e anch'io ci misi un po' a capirlo.
Un acro è più o meno un campo da calcio, e due e mezzo fanno un ettaro. Avevamo quindi diciotto ettari. Per gli standard texani, niente. Lì hanno perfino una parola apposita, un po' ironica: ranchette. Quella che si comprano i cittadini.
Rispetto ai miei grandi sogni, la realtà era modesta. La casa era comoda ma semplice, e mi ricordava più le baite dei miei anni da scout che i cinquecento metri quadrati con piscina e sala cinema che avevamo appena lasciato in Florida.
E poi c'era la siccità. In quegli anni il Texas centrale si stava seccando. Dove dovrebbero crescere le erbe autoctone, su ampie superfici c'era solo terra bruna e spaccata, frutto di pascolo eccessivo e anni di incuria.
A noi piaceva proprio il contrasto. Una casa che non finge nulla. Una terra che chiede qualcosa.
Cinque edifici, tutti in legno tranne il fienile. La casa principale, degli anni Ottanta, poggiava come si usava allora su pali e travi, con sotto poco meno di mezzo metro di intercapedine per tubi e cavi. Dentro due camere, due bagni, di sopra un soppalco che trasformammo in un'altra cameretta, di sotto cucina e soggiorno in un unico ambiente, parquet ovunque. Tutto funzionava, soprattutto l'aria condizionata, che in Texas non è un dettaglio ma la premessa di tutto il resto.
Accanto alla casa la casetta della pompa, perché avevamo il nostro pozzo. Un vialetto di calcare leggermente rialzato portava all'edificio di servizio con selleria e officina, e sopra il mio ufficio. Tra i due edifici c'era una quercia che deve avere diverse centinaia di anni, la cui chioma faceva da tetto all'intero piazzale.
Cinquanta metri più in là una casetta di una stanza, per ospiti o personale. E il fienile rosso, senza il quale nessun ranch texano è un vero ranch texano.
Era tutto recintato, quasi tutto suddiviso, e ogni singola recinzione aveva bisogno di lavoro.
Tutto intorno altri ranch. Sul retro, guarda caso, confinavamo con la terra del wrestler The Undertaker. Lui non l'ho mai incontrato, le nostre mucche sì, che ogni tanto andavano a fargli visita. Da lui passava di tanto in tanto gente di cui a Rockne si parlava per settimane, Brad Pitt per esempio, o Tom Cruise.
La nostra vicina si chiamava Peggy, una signora anziana che viveva lì da decenni e il cui marito era morto poco prima del nostro arrivo. Da lei erano dieci minuti a piedi.
Sulla strada sterrata c'erano altre quattro o cinque proprietà. Si divideva la manutenzione e poco altro. Non era una lite, in campagna funziona così. Ci si lascia in pace, finché qualcuno non ha bisogno di aiuto.
Isolati sì, soli no. Venticinque minuti da Bastrop, cinquanta da Austin. E a dieci minuti c'era Rockne, un paesino di trecento anime fondato negli anni Sessanta dell'Ottocento da emigrati tedeschi. Le loro prime casette oggi sono un museo, e ci sono andato spesso, molto prima di capire perché mi toccasse tanto.
Andavamo a messa nella Sacred Heart Church di Rockne. Al distributore con l'emporio compravamo uova, pane e latte, e i gestori avevano sempre una storia pronta sulle celebrità che passavano per sigarette e birra quando erano ospiti dell'Undertaker.
Cosa fa a un uomo possedere la terra
Questa era la vita vista da fuori. Da dentro era tutta un'altra cosa, e per descriverla mancano quasi le parole.
Gli anni al ranch sono stati i più belli della mia vita. E non lo dico tanto per dire.
E oggi mi è chiaro come allora: è così che voglio vivere. Non è un ricordo, è un compito rimasto in sospeso. Da quell'estate lavoro con ostinazione perché torni a essere così. Ne parlo di rado, perché so quanto questo pensiero pesi alle persone che mi sono più vicine. Confido che un giorno le cose andranno a posto.
Degli ettari si può parlare. Del resto, quasi per niente.
Una rancher americana ha descritto una volta cosa significa camminare sulla propria terra e guardare il cielo, le nuvole e l'erba, e sentire che il confine tra sé e tutto questo si fa morbido. Lo chiamava il senso di appartenenza più profondo che conoscesse. All'epoca pensai che fosse un'esaltazione romantica. Dopo poche settimane sapevo che era una descrizione esatta.
Qui sarebbero cresciuti i miei figli. Qui ci vedevo da vecchi, a Natale e a Thanksgiving, intorno a una tavola da allungare. Doveva diventare la casa madre dei Sauerborn in Texas, e un giorno volevo riposare sotto una di quelle querce, sotto il cielo più grande che io conosca.
Per la prima volta nella vita avevamo la sensazione di essere arrivati.
Il gentleman rancher
E adesso devo essere sincero, altrimenti tutto questo diventa una cartolina.
Non ero un rancher. Ero un gentleman rancher.
L'espressione è vecchia, per metà onorevole e per metà ironica, e mi descrive alla perfezione. Il gentleman rancher possiede la terra, la paga, la ama. E sceglie lui quando sporcarsi le mani.
Il punto era proprio questo. Non il lavoro. La scelta.
Non avevo alcun interesse a pulire i box. Non avevo alcun interesse a portare il fieno al pascolo alle quattro di mattina di febbraio, sotto la pioggerella, perché va fatto, che tu ne abbia voglia o no. E non l'ho mai preteso, né allora né oggi. Chi si vanta del romanticismo della fatica senza farla davvero si rende ridicolo davanti a chi la fa, e quelli ti smascherano comunque il primo giorno.
Se volevo cavalcare, il mio cavallo era già sellato. Ci aveva pensato uno dei ranch hand. Montavo, cavalcavo sulla mia terra e, al ritorno, qualcuno mi prendeva le redini.
Questa è la verità, e non mi mette a disagio.
Perché ciò che mi ha conquistato di quella vita non è mai stato il forcone. Era il rapporto con la terra. La nebbia negli avvallamenti. Il recinto lungo cui camminavo. Sapere che quella terra sotto i miei stivali era nostra, che le querce c'erano da molto prima che un Sauerborn attraversasse l'Atlantico e che ci saranno ancora quando di me non resterà nulla.
Il gentleman rancher è una creatura profondamente americana. Ha costruito qualcosa, di solito lontano, di solito in città, e trasforma ciò che ha guadagnato in terra, perché la terra è l'unica cosa che dà la sensazione di restare. Se conosci questo impulso e oggi vuoi assecondarlo negli USA, trovi il lato fiscale della questione nella nostra pagina sugli immobili negli USA, perché per un europeo possedere terreni in America è tutt'altro che semplice.
La mattina telefonavo con clienti di Londra, il pomeriggio ordinavo pali per i recinti. Controllavo contratti e poi preparavo panini e mettevo in fresco le bibite, perché chi veniva a comprare un cavallo avesse qualcosa dopo la prova sotto il sole. Ero entrambe le cose. Mentirei solo se ne tacessi una.
Sette figli e nessuna aula
Sincero dovevo esserlo soprattutto con i ragazzi, perché per loro il ranch non era un rifugio. Era tutto il programma scolastico.
Quella vita non l'abbiamo semplicemente vissuta, l'abbiamo costruita. Niente doveva succedere per caso, e meno di tutto l'educazione.
Per la scuola, negli Stati Uniti esiste un modello molto diffuso, la One Day Academy. I ragazzi vanno a scuola un giorno alla settimana e lavorano a casa gli altri quattro. Per noi quel giorno si svolgeva in una grande chiesa evangelica della zona, e lì nacquero amicizie che reggevano anche fuori. Bisogna sapere che i materiali di queste accademie sono pensati per lo studio autonomo. In pratica i genitori non insegnano quasi la matematica. Si assicurano che qualcuno si sieda a studiare.
La domenica, poi, c'era il catechismo al Sacred Heart.
Finiti i compiti, i ragazzi sparivano. Il resto della giornata apparteneva allo stagno, ai cavalli, agli alberi e alla caccia al legno pietrificato, che da quelle parti si trova in quantità sorprendenti.
Avevano anche i loro doveri. Accudire gli animali, mettere in ordine, dare una mano, e la lista si allungava a ogni animale in più. Il senso era proprio questo. Una famiglia che lavora insieme a qualcosa è diversa da una famiglia che la sera cena insieme.
Con la scuola a casa cambia comunque il significato stesso di imparare. Smette di essere una materia e diventa un atteggiamento verso la giornata. Come si chiama quel rapace lassù, e di cosa vive? Perché le foglie di quest'albero sembrano malate? Come fanno le cicale a fare quel rumore, e perché smettono tutte insieme? In un ranch un bambino inciampa ogni giorno in mezza dozzina di domande così. Il nostro vero compito di genitori era tenere i sensi aperti. Al resto pensano i bambini da soli, perché sono esploratori nati e niente odiano quanto una domanda senza risposta.
La sera andavamo spesso ad Austin, dove mia moglie e i ragazzi facevano capoeira. Avevano cominciato in Florida, e alcuni membri del gruppo di Austin li conoscevamo già da incontri laggiù.
Non ho mai più visto i miei figli così stanchi. Andare a letto non era una discussione, era una liberazione. Crollavano e dormivano fino al mattino.
Venti cavalli
Quello che per i ragazzi era un'avventura, per la loro madre fu fin dall'inizio un'azienda.
Il ranch doveva essere un'impresa, non un hobby costoso.
Mia moglie aveva cresciuto i figli per quindici anni mentre io ero in giro per il mondo. Che ora toccasse a lei costruire qualcosa di suo ci sembrava ovvio a entrambi. Se sia stata una scelta saggia è un'altra questione, e la risposta non appartiene a questo capitolo.
Il piano era un centro di addestramento per giovani Quarter Horse secondo i metodi del natural horsemanship, la scuola che non spezza la volontà del cavallo ma chiarisce le gerarchie in una lingua che l'animale capisce. Mia moglie aveva messo insieme tutto questo in anni di libri, corsi e video, e ne aveva ricavato un programma tutto suo: tre mesi per cavallo.
I cavalli mi piacciono. Non sono un buon cavaliere né un esperto sotto alcun punto di vista. Il mio ruolo era di conseguenza: figli, casa, un po' di pubblicità. E pagare.
C'era molto da pagare.
Prima bisognava recintare e suddividere tutto il terreno. Poi portare l'acqua nei pascoli. Poi ripari mobili, rimorchi, un campo di equitazione. Selle, finimenti, coperte, a ripetizione. Non finiva mai, e chi crede di conoscere il costo di una cosa non l'ha ancora cominciata.
Poi i cavalli. Per via della siccità la gente cedeva per pochi soldi anche animali buoni, e pensammo che fosse il momento di approfittarne. Comprammo un cavallo dopo l'altro, finché nel ranch ce ne furono più di venti.
E siccome i pascoli erano bruciati, andavano tutti nutriti in più. Il fieno arrivava a camion interi, il mangime a tonnellate. Chi costruisce una mandria in un anno di siccità non compra animali, compra fatture del mangime.
A me non dava fastidio. Stavamo imparando entrambi un mestiere che non conoscevamo, e chi impara brucia soldi. Alcune delle cose che facemmo erano semplicemente stupide. Ma il senno di poi è la merce più a buon mercato del mondo.
I cavalli venivano venduti come giovani soggetti affidabili a cavalieri di reining, barrel racing e western pleasure. In Texas esiste un vero mercato per questo, perché lì è uno sport amatoriale e non un lusso. La gente cerca un cavallo che non si spaventi, che si possa toccare e su cui possa salire una figlia. Circa cinquemila dollari.
Dopo un po' ne vendevamo in media due al mese. Un risultato eccellente per un'attività che un anno prima non esisteva. Facevamo pubblicità sui soliti portali, e uno dei miei pochi contributi utili fu un sito fatto bene, con le foto di un vero fotografo. Alcune sono ancora appese alle mie pareti.
L'attività però era in perdita. Ma vedevo dove stava andando. Nel frattempo imparai quello che oggi spiego ogni mese: un'attività americana si avvia in fretta e si capisce lentamente. Come impostarla bene oggi lo trovi nella nostra pagina sulla costituzione di società negli USA, e se l'attività deve avere sede in Texas, la Texas C Corporation è il punto di partenza abituale.
All'inizio non avevamo dipendenti. Mio figlio maggiore aiutava sua madre, e in due montavano e lavoravano in media dieci cavalli al giorno. Aveva sedici anni, stava fuori dodici ore al giorno, sette giorni su sette, ed era felice. Ero orgogliosissimo di lui e allo stesso tempo preoccupato, perché è una mente fuori dal comune e vedevo i libri restare indietro rispetto ai cavalli.
Le cinque e mezza, la nebbia, Londra
A pagare tutto questo non erano i cavalli. Pagava l'Europa, e prima dell'alba.
Prima volavo a Londra ogni otto settimane per tre settimane. Nel primo anno al ranch non sono uscito nemmeno una volta dagli Stati Uniti. Mi ero impegnato in questa avventura, e facevo sul serio.
Il mio ufficio lo sistemai nella piccola casetta degli ospiti. Mi alzavo verso le cinque. Le cinque in Texas sono mezzogiorno a Londra, e così mezza giornata lavorativa europea entrava nelle mie prime ore del mattino.
Ma prima facevo il giro dei recinti. Caffè in una mano, sigaretta nell'altra. L'erba era bagnata, l'aria ancora fresca, e sugli avvallamenti stava la nebbia che il sole, un'ora dopo, avrebbe dissolto come se non ci fosse mai stata.
Non so come spiegarlo senza diventare retorico. Dopo vent'anni di uffici, bilanci, strutture, contratti e società che esistono solo sulla carta, per la prima volta c'era qualcosa che si poteva toccare. Un recinto o è integro o non lo è. Un cavallo o è al pascolo o è dal vicino. Non c'è discrezionalità, non c'è interpretazione.
Ed era affidato a me. La terra, gli animali, l'acqua. Sentivo che tutto questo faceva parte della famiglia, e non l'ho mai provato con nessuna delle mie aziende, né prima né dopo.
Credo che per gli uomini il lavoro manuale abbia qualcosa che niente può sostituire. Riparare un buco nel recinto o riprendere un cavallo scappato dà una sicurezza che nessun affare concluso può dare.
Il più delle volte, naturalmente, non c'era nessun buco da riparare. Allora, finito il caffè, telefonavo, e telefonavo all'aperto il più possibile, finché non pioveva e non tirava vento.
Verso mezzogiorno, ora del Texas, l'Europa aveva finito. È difficile descrivere cosa si prova ad avere ancora mezza giornata davanti e sapere che nessuno chiamerà più. Qualche e-mail, e il resto apparteneva al ranch.
Era possibile solo perché a Londra e a Miami avevo persone capaci di lavorare senza supervisione, e che lo volevano fare. Temevo che la mia assenza creasse problemi. Non ne creò nessuno. Mio fratello guidò Londra in modo eccellente, ed è una lezione che da allora consegno a ogni imprenditore che vuole trasferirsi all'estero: se la tua attività ha bisogno della tua presenza, non hai un'attività, hai un lavoro. Se oggi stai pianificando questo passo, trovi il lato fiscale e quello dell'immigrazione da noi alle pagine Tasse USA e Visto USA e green card.
Il pomeriggio andavo a Bastrop a prendere attrezzi, mangime, equipaggiamento. Oppure andavamo a vedere cavalli. E quando mia moglie era in giro con i bambini e io restavo solo, mi sedevo in veranda con un six-pack e guardavo la mia vita, che era esattamente come doveva essere.
Un cancello aperto
Chi vive così potrebbe facilmente pensare di non avere più bisogno di nessuno. Per me è stato esattamente il contrario.
Trasferirci in campagna non ha mai avuto nulla a che fare con il ritirarsi dal mondo.
Va sottolineato, perché quando si parla di homeschooling e di chi si trasferisce in una fattoria scatta subito l'immagine dell'eremita che si barrica e aspetta il crollo. Non è mai stato il mio pensiero. Non volevo diventare autosufficiente, volevo fare parte di qualcosa, e su più livelli contemporaneamente.
Le prime conoscenze sono arrivate dalla capoeira ad Austin, perché da nuovi arrivati andavamo ovunque ci lasciassero andare.
La parrocchia ci ha accolti. Dopo la messa della domenica ci si fermava per un caffè, e l'interesse per questa famiglia tedesca con sette figli era enorme. Ci trattavano come una piccola sensazione, volevano sentire tutta la storia e ci invitavano. È così che ho conosciuto il mio amico David Jones, che oggi non c'è più, e la sua famiglia.
Grazie all'accademia i bambini hanno trovato amici, grazie ai bambini abbiamo conosciuto i loro genitori, e quasi sempre erano famiglie come la nostra: piccolo ranch, tanti figli, gente di fede.
Anche l'attività stessa apriva porte. Affidavamo i lavori di proposito ad artigiani e piccole imprese della zona, e da alcuni incarichi sono nate serate al barbecue.
Si era sparsa la voce che lassù c'era una famiglia nuova con tanto lavoro da fare, e presto gli artigiani hanno cominciato a salire la strada sterrata senza preavviso per presentarsi. A Londra non avrei nemmeno aperto la porta. Qui quelle visite le adoravo. Mi piaceva parlare dei progetti e sentire come li vedeva un esperto. Mi lusingava perfino, perché voleva dire che ci prendevano sul serio.
Quando i primi cavalli furono pronti per la vendita, arrivavano interessati quasi ogni giorno. In ogni giovane impresa c'è quel momento in cui l'idea diventa un business, e ha sempre la stessa faccia: quella di uno sconosciuto con i soldi in tasca che vuole capire se la cosa vale.
Valeva. Vedo ancora mia moglie in piedi con il primo assegno in mano, incredula, mentre l'acquirente usciva dalla proprietà con il rimorchio.
Poi sono arrivati le lezioni di equitazione e i corsi di horsemanship per i ragazzi in homeschooling della zona, pubblicizzati fino ad Austin, e da lì più volte alla settimana avevamo gruppi di bambini in campo. Non grandi guadagni, ma costanti, e soprattutto: ancora più persone.
Più tardi abbiamo offerto escursioni a cavallo guidate. Il nostro primo cliente è stato il capo della polizia di Bastrop, che regalò la passeggiata a sua moglie per il compleanno.
Clienti, fornitori, artigiani, vicini, amici, bambini. Un continuo andirivieni. Era proprio quello che volevo. Un ranch con il cancello aperto è un'altra cosa rispetto a una fortezza con vista.
Cosa arriva in tavola
A un cancello aperto si accompagna una tavola, e a una tavola la domanda su cosa ci si mette sopra.
Su un pezzo di terra non puoi sfuggirle. Ogni mattina è lì davanti alla porta.
L'erba cresce oppure no. Il pozzo dà acqua oppure no. La pioggia arriva, oppure non arriva, e nel nostro primo anno non arrivò.
Non abbiamo mai voluto essere autosufficienti per ideologia. Ma volevamo accorciare la strada tra la terra e la nostra tavola. Uova delle nostre galline. Un orto che ci ha chiesto più lavoro di quanto immaginassimo e che ci ha insegnato che l'umiltà è una categoria agricola. Carne dai vicini, di cui avevamo visto i pascoli e conoscevamo i nomi. Miele da un apicoltore che abitava qualche miglio più in là.
Non è questione di dietetica né di morale. È questione di tornare a far parte di una catena invece di stare in fondo a uno scaffale. Un pomodoro cresciuto a duecento metri dalla cucina non è più buono perché più virtuoso. È più buono perché è stato raccolto maturo, e perché sai quanta acqua è costato in un'estate di siccità.
Eravamo troppo inesperti e troppo impazienti, e non lo abbiamo fatto bene. Ma abbiamo capito il senso. Nel Texas centrale, dove per settimane non cade una goccia e la terra si spacca come cuoio vecchio, lo impari più in fretta che altrove.
La traccia tedesca
Chi si chiede da dove viene il proprio cibo, prima o poi si chiede anche da dove viene il posto in cui mangia. E lì la cosa si è fatta curiosa.
Da tedesco, mi ero trasferito in un posto fondato da tedeschi. Senza volerlo. Senza averne la minima idea.
Rockne, il nostro paesino di trecento anime, fu fondato negli anni Sessanta dell'Ottocento da emigrati tedeschi. In chiesa ci sono quadri con iscrizioni in tedesco. Le famiglie portano gli stessi cognomi tedeschi di centocinquant'anni fa. La comunità tiene un libro rosso in cui si può consultare la propria genealogia, e non è folklore ma una necessità pratica in un posto dove le stesse famiglie si sposano tra loro da generazioni. E fino alla Seconda guerra mondiale, a Rockne la lingua di tutti i giorni era il tedesco.
La nostra terra un tempo faceva parte del Walnut Creek Ranch, creato da uno di quei fondatori tedeschi centocinquant'anni prima che ne comprassimo una piccola parte.
Senza saperlo, ero finito nel mezzo di una delle più grandi storie di emigrazione tedesca che esistano.
Cominciò con delle lettere. Negli anni Trenta dell'Ottocento un contadino tedesco di nome Johann Friedrich Ernst si stabilì in un luogo chiamato Industry, allora il confine del mondo conosciuto, in una giovane repubblica che si era appena staccata dal Messico e non faceva ancora parte degli Stati Uniti. Ernst scriveva a casa. Descriveva spazi infiniti, terra fertile, niente principi, niente censori, niente ufficiali di leva. Una terra in cui ogni uomo laborioso poteva comprare terreno e vivere libero.
I giornali tedeschi pubblicarono quelle lettere. Quello che scoppiò dopo, gli storici lo chiamano ancora oggi la febbre del Texas.
Bisogna avere chiaro cosa significassero frasi del genere in quegli anni. La Germania non era libera. Un mosaico di principati con censura, burocrazia e lunghi anni di servizio militare. La popolazione cresceva, i poderi si restringevano a ogni eredità fino a non bastare più a sfamare una famiglia, e l'industrializzazione nascente toglieva la terra sotto i piedi ai vecchi mestieri. Milioni di persone guardavano al proprio futuro e vedevano un muro.
E poi, sul giornale, una frase dall'altra parte dell'oceano
Qui ogni uomo libero può possedere la terra.
Nel corso del 19º secolo cinque milioni e mezzo di tedeschi emigrarono negli Stati Uniti, per un periodo il gruppo di immigrati più numeroso del Paese. Centinaia di migliaia andarono in Texas e colonizzarono il triangolo tra San Antonio, Austin e l'Hill Country, che lì ancora oggi chiamano German Texas.
Non bisogna romanticizzare. Il prezzo fu terribile. Nel 1842 alcuni nobili tedeschi fondarono l'Adelsverein, la società per la protezione degli immigrati tedeschi in Texas, e la realizzazione si trasformò in una catastrofe. Le famiglie vendettero tutto, casa, podere, attrezzi, un'intera esistenza, per pagarsi la traversata e la promessa di insediamenti già pronti. Dissero addio a genitori che non avrebbero più rivisto. Molti sbarcarono in un porto del Golfo chiamato Indianola, e lì per gran parte di loro cominciò il vero incubo: troppo pochi carri, troppo poco cibo, nessuna organizzazione, migliaia di persone bloccate sulla costa mentre malattie e caos attraversavano gli accampamenti.
Queste persone non avevano un piano B. Nessuna rete. Nessuno Stato a sostenerle.
E vennero lo stesso.
In mezzo a questo disastro entrò in scena uno degli uomini più straordinari della storia del Texas. Otfried Hans Freiherr von Meusebach, nato nel 1812 a Dillenburg, giurista, giudice, sindaco, un uomo di quegli ambienti liberali che sognavano un'altra Germania. Al suo arrivo dichiarò che non sarebbe mai tornato, rinunciò al titolo nobiliare e da allora si fece chiamare John O. Meusebach. Non più barone. Un cittadino.
Guidò i coloni nell'Hill Country e lì fece qualcosa che sulla frontiera americana non ha quasi eguali. Andò a cavallo incontro ai Comanche e fece la pace con loro. È ancora oggi uno dei pochissimi trattati tra coloni europei e una nazione indiana che entrambe le parti hanno rispettato nel tempo.
Sotto la protezione di quella pace nacque una città. Si chiama Fredericksburg.
Il nipote di un albergatore tedesco della strada principale si chiamava Chester W. Nimitz e nella Seconda guerra mondiale comandò la flotta americana del Pacifico. La sua storia riempie oggi il National Museum of the Pacific War, nel cuore di Fredericksburg. Da emigrato ad ammiraglio che contribuisce a salvare il mondo libero, in tre generazioni.
Ho raccontato tutta la storia nel dettaglio sul mio blog in inglese: They Sold Everything for America.
Perché c'entra qui, è presto detto.
Io sono partito nel 2008, non nel 1848. Sono arrivato con un laptop, non con un veliero. Alle mie spalle avevo un'azienda e il ricavato della vendita di una casa a Londra, non il ricavato di un podere che poi non esisteva più. Il mio rischio, rispetto al loro, era una passeggiata, e non pretendo alcun paragone.
Ma la spinta è rimasta la stessa. Spazio invece di strettezza. Possibilità invece di burocrazia. E quell'unico pensiero, in fondo inaudito, che una persona libera, con la terra sotto i piedi e nessun padrone sopra di sé, possa costruire tutto ciò che è capace di costruire.
Una telefonata a luglio
E poi chiamò la Germania.
Un'altra giornata perfetta, luglio, poco dopo mezzogiorno. Sul display un numero tedesco che non conoscevo. Pensavo fosse un cliente.
Era mia zia Maria, la sorella di mio padre. Ci sentivamo di rado, e mi fece piacere sentire la sua voce.
Non mi lasciò nemmeno finire. Mio padre era morto, disse, calma e pratica. Cinquantanove anni. Un aneurisma dell'aorta addominale. Era arrivato in ospedale con un mal di schiena lancinante, i medici lo avevano operato subito, e lui non era sopravvissuto all'intervento.
Augurò ogni bene a me e ai miei fratelli. Poi riattaccammo.
Rimasi lì con il telefono in mano, su una veranda in Texas, senza capire nulla. Pochi giorni prima ci avevo ancora parlato al telefono.
Le lacrime non vennero.
Gli ultimi dieci anni della sua vita erano stati duri, per lui e per tutti quelli che gli volevano bene. I dettagli appartengono a lui, non a questa pagina.
Tra noi non era sempre stato facile, per qualche anno non ci eravamo nemmeno parlati. Ma quando morì, tra noi era tutto a posto. Aveva appena ricominciato come consulente ed era pieno di progetti. Un mese prima era venuto a trovarmi a Londra: eravamo andati a cena, avevamo parlato e parlato, e per la prima volta dopo tanto tempo sembrava che per lui le cose tornassero a girare per il verso giusto.
E poi, questo.
Che sarei volato in Germania per il funerale lo seppi nello stesso istante. Uno dei miei fratelli aveva fissato il suo matrimonio per quella stessa settimana. Festeggiare un matrimonio tre giorni dopo un funerale: nessuno di noi riusciva a immaginarlo. Lo abbiamo fatto lo stesso.
Il funerale a Friburgo fu tutt'altro che cupo. La messa da requiem la celebrarono insieme un sacerdote dell'Opus Dei e un padre agostiniano, entrambi amici stretti di mio padre. La chiesa era piena: amici, ex soci in affari, colleghi. Io e i miei fratelli lo abbiamo portato alla tomba, e dopo ci siamo ritrovati tutti in un'osteria lì vicino, con tanto cibo e ancora più vino.
A mio padre sarebbe piaciuto da morire.
Nessuno lo aveva concordato, ma era chiaro a tutti che non era il momento di parlare degli anni difficili. Ci si raccontavano le storie più belle su di lui, quelle commoventi e quelle buffe, e ce n'erano in abbondanza.
Qualche giorno dopo arrivò il matrimonio. Al brindisi per papà a qualcuno sono scese le lacrime. Ma sotto c'era una gioia difficile da spiegare. Nasce dalla certezza che tutto questo è profondamente umano e fa semplicemente parte della vita, e che, visto che comunque non è nelle nostre mani, non ci resta che la fiducia.
Omnia ad bonum.
Dalla Germania chiamavo casa ogni giorno. Nel frattempo il nuovo aiutante e la sua ragazza erano arrivati al ranch. Poco dopo tornai in Texas.
Non immaginavo che proprio in quelle settimane il periodo più bello della mia vita stesse cominciando a finire.
Ciò che resta
Il ranch l'ho perso.
Come sia andata, lo racconterò un'altra volta. È una storia a sé, e ha bisogno di più distanza di quanta ne abbia oggi. Ma voglio che sia scritto qui, perché nessuno scambi tutto questo per una cartolina.
Ciò che è rimasto pesa più di ciò che se n'è andato.
Ora so che cosa si prova. So com'è camminare alle cinque e mezza, con un caffè in mano, sulla propria terra, mentre la nebbia ristagna ancora negli avvallamenti. So come dormono i bambini che sono stati fuori tutto il giorno. So come cade la luce in Texas, un'ora prima del tramonto, su un pascolo non falciato, e non mi serve una foto per ricordarlo.
E so che cosa significa scegliere una vita invece di scivolarci dentro. Alla fine è questo il motivo per cui faccio questo lavoro. Non vendo risparmi fiscali. Aiuto le persone a preparare una scelta del genere in modo che regga. Come lavoriamo e quanto costa lo trovi, nero su bianco, alla pagina Mount Bonnell Advisors.
E a sud-est di Austin, in fondo a una strada sterrata, c'è una quercia antichissima sotto la quale un giorno volevo riposare.
A questo progetto non ho rinunciato.
















